S’intitola “Il sangue e la rosa”, ed è una fiction in quattro puntate in onda su Canale 5. Ambientata negli anni Venti dell’Ottocento, è stata presentata come una vicenda d’amore e d’amicizia sullo sfondo storico – si fa per dire – della Roma papalina. Nulla ci viene risparmiato: cardinali corrotti e assassini, suore infide, gesuiti torbidi, popolani vessati dai sicari e dalle spie del Papa, fedeli fessi o ipocriti: “Cara, a quale santo sei devota?”, chiede con tono mondano una fatua nobilastra alla protagonista, presentata come “una ragazza moderna che non crede nel matrimonio”. Un’antologia di anticlericalismo smerciato all’ingrosso, condita ossessivamente da un turpiloquio incaricato di rendere tutto molto realistico. E’ solo un feuilleton, si dirà, che si può pretendere? Niente, per carità. Anche perché, tutto sommato, conviene buttarla a ridere. “Il sangue e la rosa”, è talmente tendenzioso e abborracciato (c’è chi nella stessa scena passa dal voi al lei, per dirne una), dialoghi e recitazione sono talmente improponibili, che alla fine tutto si tiene: quella specie di “storia” è stata presentata come merita.
Nicoletta Tiliacos
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“I diritti umani? Rendono l’Occidente inefficiente e non gli consentono di raggiungere gli elevati standard organizzativi e artistici di cui sono capaci i cinesi (…) gli interpreti occidentali lavorano solo quattro giorni e mezzo alla settimana, fanno due pause al giorno per il caffé, ma poi non sono nemmeno in grado di stare bene allineati (…) i cinesi riescono a realizzare in una settimana quello che gli europei fanno in un mese“.
Parola di Zhang Yimou, realizzatore di “Lanterne rosse”, “Hero” e della cerimonia di apertura delle Olimpiadi.
Senza parole.
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Come avrete sentito, oggi scende in campo l’esercito. Il Governo lo aveva annunciato, ed eccolo qua.
Ma cosa ci sta a fare? Si tratta della risposta che Berlusconi e Maroni (con il patrocinio del Ministero La Russa) danno al problema sicurezza: mettere l’esercito nelle strade.
Quali sono le contro indicazioni? Innanzitutto, a mio parere, non e’ da trascurare l’impatto percettivo. Non bisogna essere laureati in psicologia per capire che vedere soldati per le strade, o anche solo pensare che ci siano, e’ un incentivo non indifferente allo sviluppo di un clima di tensione e paura.
Altro problema: come tutti sappiamo, Polizia e Carabinieri versano in condizioni a dir poco pietose ed indecenti per un servizio tanto importante. In quasi tutte le citta’ i servizzi di pattuglia sono dovuti diminuire a causa della mancanza di soldi che impedisce addirittura di comprare la benzina.
Cosa farebbe una persona sana di mente? Aumenterebbe i finanziamenti alle forze dell’ordine, permettendo cosi’ di assumere nuovi uomini, vedendo crescere la sicurezza con una soluzione strutturale e duratura.
L’esercito sara’ nelle citta’ nell’insignficante dumero di 2′500 uomini per l’altrettanto insignificante periodo di 6 mesi. Ditemi voi…
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Quante cose si scoprono se si ha un minimo di curiosita’ e praticamente niente da fare!
Andando a farmi gli affari degli altri negli archivi della Freedom House ho scoperto cose inimmaginabili….
Apriamo pero’ una piccola parentesi, dato che non tutti sanno cosa sia questa Freedom House: non si tratta della versione americana della Casa delle Liberta’ (la vecchia alleanza che vedeva FI, AN, CCD e LN riuniti sotto uno stesso simbolo), ma di un istituto di ricerca americano che ha come scopo la promozione della liberta’ nel mondo. Cosa fanno allora i membri di questa nobile organizzazione? Le malelingue staranno gia’ sussurrando: “vendono armi per la diffusione della democrazia!” Devo ammettere che e’ stato il mio primo pensiero, visti i metodi con cui gli americani amano esportare liberta’.
Per fortuna non e’ cosi’ e, al contrario, il loro prodotto piu’ famoso non e’ altro che una classifica. Anzi, due. Una destinata alla liberta’ elettiva, l’altra alla liberta’ di stampa.
Mentre nella prima classifica possiamo vantarci di essere sempre stati annoverati tra gli stati liberi, in quella che riguarda la liberta’ di stampa facciamo la nostra porca figura: per ben 3 anni siamo scesi fino a vederci assegnato il titolo di Partly Free (Parzialmente libero).
Questo perche’? Non voglio rispondere io. Lasciamo che lo faccia la stessa House of Freedom (la parte piu’ importante e’ quella in grassetto):
Status change explanation: Italy’s rating moved downward from Free to Partly Free as a result of high media concentration and increased political pressures on media outlets. [...] In 2003, in response to calls for reform, legislators introduced the controversial so-called Gasparri law, which would have allowed increased cross-ownership of broadcast and print media. Critics asserted, however, that the bill was tailor-made to circumvent a court decision unfavorable to Prime Minister Silvio Berlusconi’s media empire, reversing a ruling that would have forced Berlusconi’s company to convert its station, Rete 4, to less-profitable satellite television. The bill was approved by parliament but vetoed by President Carlo Ciampi in December.
In response, Berlusconi signed a decree allowing Rete 4 to continue terrestrial broadcasting until April 2004. Claims of government interference in reporting have increased. For example, some journalists complained that coverage of Berlusconi’s controversial comments to the European Parliament in July had been deliberately “softened and cut.” [...] Berlusconi’s substantial family business holdings control the three largest private television stations and one newspaper, as well as a significant portion of the advertising market. As prime minister, he is able to exert influence over public-service broadcaster RAI as well, a conflict of interest that is one of the most flagrant in the world. However, the concentration is considerably less in the print media, which continue to be critical of the government.
Piu’ sento cosa pensano all’estero di Berlusconi, piu’ penso che dovrebbero essere gli altri a scegliere il nostro Primo Ministro.
Abbiamo avuto la pausa del Governo Prodi che ci ha consentito di tornare nel novero dei paesi Liberi. Chissa’ cosa ci riservera’ il futuro. E la Freedom House.
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So che il post potrebbe sembrare un po’ lungo, ma vi consiglio caldamente di leggerlo.
Chi di voi segue anche solo di striscio i Tg, avrà sicuramente sentito parlare del disegno di legge (ddl) sulle intercettazioni. Dato che però la televisione nasconde molte cose, mi pare il momento di fare un po’ di chiarezza. Lasciare l’opinione pubblica in mano alla maggioranza, ed all’opposizione ormai incapace di ribattere, mi sembra alquanto inappropriato.
Cominciamo dal chiarire che, al contrario da come viene fatto credere, non si tratta di un ddl sulle intercettazioni. Tratta anche di intercettazioni, ma non solo. Questo però lo vedremo dopo.
In questi gironi la televisione è bombardata da ministri e membri della maggioranza che insistono su un tasto che sembra particolarmente convincente: il numero esagerato delle intercettazioni. A loro dire, mentre negli Stati Uniti le intercettazioni sarebbero solo 1’500 all’anno, in Italia arriveremmo addirittura a 125’000.
Insomma…detta così in effetti come dargli torto? Sfatiamo allora questa prima menzogna (se posso permettermi un termine tanto crudo!): in realtà in Italia abbiamo 75’000 decreti di intercettazioni all’anno che molto spesso riguardano le diverse linee telefoniche di una stessa persona. I magistrati hanno calcolato che le intercettazioni sono circa 20’000/30’000 all’anno.
Rimarrebbe però il fatto che 30’000 intercettazioni italiane contro le 1’500 americane sembrano comunque tante, dato che gli USA hanno una popolazione cinque volta la nostra.
Se ci riflettete un attimo, anche il solo pensare che negli Stati Uniti, lo stato con il maggior allarme terrorismo, si possano effettuare solo 1’500 persone all’anno è alquanto ridicolo. La soluzione del mistero stà nel fatto che la stragrande maggioranza delle intercettazioni su suolo statunitense non rientrano nelle statistiche perchè effettuate dalla Cia, dall’Fbi, dai vari servizi di inteligence e, pensate un po’, anche dalla polizia locale. E’ quindi opinione comune che negli Stati Uniti le persone intercettate siano nell’ordine del milione (o molte di più).
A smentita delle affermazioni del Governo, secondo cui in Italia saremmo tutti intercettati, sta una relazione di Giancarlo Caselli che calcola che, nella procura di Torino, solo lo 0,2% dei processi contengono intercettazioni. Fatevi voi un’idea.
Comunque per il Governo rimane troppo lo stesso, evidentemente. Dunque è stato deciso di impedire tutte le intercettazioni per reati che prevedono una pena inferiore ai 10 anni.
Diranno in molti: e che sarà mai! Vi faccio ora un elenco di tutti i reati per cui non si potrebbe più intercettare:
- Usura
- Truffa (anche su fondi regionali ed europei)
- Sequestri di persona semplici (cioè senza scopo di estorisione)
- Contrabbando
- Sfruttamento della prostituzione
- Rapina
- Furto in appartamento
- Associazione per delinquere
- Scippo
- Incendio
- Ricettazione (vendita di materiale rubato)
- Calunnia
- Reati ambientali (discariche abusive, ecc)
- Frodi fiscali
- Falso in bilancio
- Frodi sull’Iva (grazie alle intercettazioni lo Stato riesce a recuperare molta evasione)
Per fortuna si può ancora intercettare per mafia, terrorismo, sequestro di persona a scopo di estorsione….ma anche qui c’è il trucco!
Ebbene sì, perchè il ddl contiene una fantastica clausola che impone ai magistrati, una volta cominciate le intercettazioni, un tempo massimo di 3 mesi.
In pratica, se la magistratura cerca indizi sul nascondiglio di un bos mafioso mettendo sotto controllo i telefoni di amici e parenti, ha tre mesi per trovarlo, passati i quali si torna tutti a casa. Al latitante basta quindi starsene buono per tre mesi, per poi poter chiamare a casa tutti i giorni con tranquillità.
Stesso discorso per i sequestri per ottenere un riscatto: i telefoni dei parenti vengono messi sotto controllo per cercare di identificare il luogo di chiamata. Dopo tre mesi dal sequestro, tutti a casa ed i sequestratori avranno carta bianca.
Ma se anche ci fossero possibilità di trovare qualcuno così stupido da alzare il telefono prima di 3 mesi, ordinare intercettazioni per quei 3-4 reati rimasti diventa complicatissimo: mentre prima bastava l’ordinanza del Gip (Giudice per le Indagini Preliminari), ora ci vorranno 3 giudici. In Italia il Gip monocratico, cioè lui da solo, ha il potere di condannare a 30 anni per omicidio, mentre non potrà mettere sotto sorveglianza un telefonino. Ridicolo.
Questo sarà un problema soprattutto per i piccoli e medi centri, in cui ci sono al massimo 10 giudici. Questa clausoletta bloccherà la giustizia nei luoghi medio-piccoli, dove non ci saranno abbastanza giudici per occuparsi per più di un’inchiesta.
Ovviamente però il ddl non si ferma qui! Ecco la prossima magagna: i magistrati non potranno più parlare delle loro indagini, in nessun caso. Questo significa che le due magistrate che hanno scoperto gli orrori che si verificavano nella clinica di Santa Rita non avrebbero potuto tenere la conferenza stampa svoltasi pochi giorni fa per avvertire i pazienti dell’ospedale di cosa avveniva lì dentro. Così i parenti dei deceduti continuerebbero a credere che i loro cari siano morti per una fatalità. Così tutti coloro che ora hanno uno o due organi in meno non potrebbero organizzarsi in una class action per chiedere i danni alla clinica.
Appena entrerà in vigore questa legge, non appena un PM parlerà della sua indagine sarà sospeso….perchè si è già pronunciato! Attenti bene, stiamo parlando del magistrato, non del giudice che lo dovrà giudicare.
Al magistrato però non basterà stare attento a non aprire bocca su cosa sta indagando per tenersi l’indagine, perchè qui entra in gioco un’idea geniale: far decidere all’indagato chi deve indagare su di lui! All’indagato basterà accusare il magistrato di essere responsabile per una fuga di notizie, e questo basterà per levargli l’inchiesta! Che poi sia stato lui, non sia stato lui, siano stati altri magistrati o sia stato lo stesso imputato…questo conta poco.
Se all’imputato piace il magistrato bene, sennò si cambia!
E ora gente, arriva una delle parti che preferisco. Vediamo perchè questa non è soltanto una legge sulle intercettazioni (anche se abbiamo già cominciato a vederlo con il trattamento riservato ai magistrati).
Tocca ai giornalisti: questa legge rappresenta in poche parole l’abolizione della cronaca giudiziare ed una fortissima limitazione alla libertà di stampa.
I giornalisti non potranno più scrivere niente di quello che succede dall’inizio delle indagini all’inizio del processo: interrogatori, verbali, difesa, accusa, avvisi di garanzia, decreti di perquisizione, ordinanze di custodia cautelare, decreti di sequestro. Assolutamente niente potrà essere comunicato dai giornalisti al pubblico: tutti gli atti giudiziari sono non pubblicabili. Ma attenzione: non sono segreti, sono non pubblicabili.
Per legge, una volta che il magistrato trasmette qualsiasi documento all’avvocato e all’indagato, questo diventa pubblico e quindi, giustamente oggi possono essere riportati da giornali e telegiornali per informare i cittadini.
Stiamo quindi parlando di roba pubblica, che con questa nuova legge pur rimanendo pubblica non potrà più essere comunicata ai cittadini.
Il ddl specifica che non si potrà parlare nemmeno nel contenuto e nemmeno per riassunto degli atti anche se non sono più coperti da segreto. Stiamo parlando quindi di documenti ed atti pubblici che i giornalisti conoscono e che i cittadini hanno il diritto, per legge, di conoscere.
Se un giornalista li publbica, sono da 1 a 3 anni di galere più una multa da 1’000 €. Dico PIU’ perchè le due pene sono associate, non sostitutive. Te le danno tutte e due.
In pratica, bastano 4 articoli (od un libro con 4 notizie PUBBLICHE ma NON PUBBLICABILI) per finire in carcere.
Il risultato è che i giornalisti non scriveranno e noi non sapremo niente di tutta la fase che riguarda le indagini, perchè coloro che non vorranno obbedire a questa legge dovranno essere sospesi per 3 mesi dall’Ordine dei Giornalisti, e gli sarà quindi impedito di scrivere. Ancor più vergognoso è che gli editori, per non dover pagare multe nell’ordine dei 400 mila €, dovranno provare di aver fatto il possibile per evitare tali “violazioni della legge”, e come? Licenziando i “disobbedienti”
Il risultato è che non si potrà più scoprire uno scandalo come quello del SISMI, non si potrà più scoprire il sequestro di Abu Omar, perchè non si trattava di un sequestro a scopo di estorsione.
Non si potrà più scoprire Calciopoli, perchè le intercettazioni vengono iniziate per un’ipotesi di frode e solo in seguito, grazie a queste intercettazioni, si verrà a scoprire l’associazione a delinquere. Non sarebbero state concesse le intercettazioni per frode, quindi non si sarebbe scoperta l’associazione a delinquere. E se anche fosse stata scoperta, non si sa come, noi non ne sapremmo niente perchè il processo non è ancora iniziato e quindi i giornalisti non avrebbero potuto (e tutt’ora non potrebbero) comunicarci niente.
Non avremmo scoperto lo scandalo delle scalate bancarie di Fazio e Fiorani. E noi non lo sapremmo.
NON AVREMMO SCOPERTO NIENTE DELLA CLINICA DEGLI ORRORI DI SANTA RITA.
Nonostante il ministro Alfano si ostini ad andare in televisione ridacchiando tutto soddisfatto affermando che non è vero, che il caso di Santa Rita sarebbe stato scoperto perchè l’omicidio è compreso nei reati intercettabili. Alfano dimostra un’incredibile ignoranza in quella che dovrebbe essere la sua materia: forse non sa, o non vuol dire, che le indagini alla clinica Santa Rita erano state disposte per truffa e falso, due reati non intercettabili. Quindi non si sarebbe potuto scoprire che questi scannavano la gente.
E se anche PER ASSURDO si fosse scoperto, nessuno tutt’ora lo potrebbe sapere.
Ora abbiamo un quadro generale di questo ddl. Se noi mettiamo insieme i limiti alle intercettazioni (quello che i giudici non potranno più scoprire) e i limiti alla pubblicazione (quello che i cittadini non potranno più sapere) abbiamo il quadro di una filosofia che individua nei due poteri di controllo democratico rispetto al potere politico i nemici da abbattere, i nemici pubblici numeri uno, i veri criminali del nostro paese. La vera emergenza sicurezza è rappresentata da magistrati che indagano e giornalisti che informano. E’ una legge liberticida che abbatte i due strumenti di controllo democratico.
Quindi non solo è vergognoso che i magistrati non possano più intercettare o parlare delle loro indagini; è ancora più vergognosa la museruola che il Governo stà mettendo all’informazione. Le uniche due forme di controllo che i cittadini avevano sul potere vengono così spazzate via. La stessa Magistratura, che spesso commesso errori madornali corretti proprio da indagini della stampa, ora non avrà più alcun controllo (tranne quello strettissimo del Governo).
Bene…per chi ha un minimo di conoscenza del passato o di romanzi distopici, è chiaro che qui si stanno mettendo in piedi le colonne portanti di un regime moderno (neanche tanto moderno dato che è stato mandato per le strade anche l’esercito…).
Buona gironata a tutti ed un ringraziamento al sempre ottimo Travaglio
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Questa canzone la dedico al nostro caro Presidente del Consiglio. Sembra scritta proprio su di lui dal grandissimo Gaber:
G: Su, venite tutti qua che facciamo un gioco.
Coro: Bene… bene… dài giochiamo…
G: Giochiamo al gioco della collana.
Coro: Bene… il gioco della collana… che bello…
G: Per essere bello devono giocare tutti, eh?
Coro: Benissimo… giochiamo tutti… dai, dai giochiamo…
G: Adesso ve lo spiego: uno di noi alla volta terrà al collo questa collana e dirà agli altri quello che devono fare e gli altri la ubbidiranno.
Coro: Che bello… che bello… dai giochiamo…
G: Poi quando gli altri ne avranno voglia diranno a quello che comanda il gioco di togliersi la collana e di darlo a un altro e così via, eh?
Coro: Bene… che bello… dai giochiamo…
G: Allora vediamo un po’ chi comincia.
Comincio io per primo che conosco il gioco?Coro: Insomma… ma… no… no…?!?
G: Come? È giusto che cominci io, no, che conosco il gioco?
………
G: Benissimo! Visto che siamo tutti d’accordo cominciamo.
Allora, avanti tutti insieme dite: “Pa-ra-pa”.Coro: “Pa-ra-pa”.
G: Bravi. Adesso dite: “Pi-ri-pi”.
Coro: “Pi-ri-pi”.
G: Benissimo. E adesso dite: “Po-ro-po”.
Coro: “Po-ro-po”… No… basta… no… no… No senti non ci divertiamo. Tu ci stai facendo fare delle cose completamente imbecilli!
G: Accetto volentieri le critiche. Quindi se lo desiderate cambio discorso.
Dunque: “Pe-re-pe”… “Pu-ru-pu”.Coro: Buh… ma… basta… no… basta… No senti, avevi detto che quando gli altri volevano potevano farti togliere la collana e questo è il momento!
G: Certo. Se lo volete dovete allora decidere a chi andrà la collana.
Fatelo con calma e pensateci bene. E in questa fase di preparazione guardate attentamente la lucina, ecco questa lucina, la vedete? Pensate, concentratevi, pensate liberamente, non lasciatevi condizionare così, bravi, ecco, così!
Avete deciso?Coro: Abbiamo deciso, votiamo per te!
G [simulando l'inquadratura del volto in uno schermo televisivo]: Grazie signori! Sono contento della stima e della fiducia che ancora una volta ci avete concesso. Il nostro governo opera con il consenso del popolo per il bene del popolo.
Orsù, tutti insieme verso un mondo migliore: “Pa-ra-pa”.Coro: “Pa-ra-pa”.
G: “Pe-re-pe”.
Coro: “Pe-re-pe”.
G: “Pa-ra-pa”, “pe-re-pe”…
Coro: “Pa-ra-pa”, “pe-re-pe”…
[Il video non e' quello che avevo inserito originariamente. In compenso contiene anche "Il Conformista", altro magnifico brano]
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Oggi Obiettivo Italia e Unione di Centro danno il via ad un nuovo progetto: un canale di informazione in tempo reale su Twitter.
Buona informazione!
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Molti di voi avranno visto, chi in televisione chi di persona, la fantastica parata del 2 giugno riportata al centro dell’orgoglio nazionale dal Presidente Ciampi.
Molti di voi, allo stesso modo, si saranno accorti che, ancora una volta, mancavano gli uomini della Lega Nord (compresi quelli che sono nostri Ministri).
Dunque io mi chiedo: che diritto hanno quei mostri verdi di sedere nel Consiglio dei Ministri in nome della Repubblica Italiana e del Popolo Italiano?
Che diritto hanno di essere Ministri di uno Stato che non riconoscono?
Che diritto hanno di rappresentare gli Italiani?
Che diritto hanno di parlare in nostro nome?
Ecco…io sono Italiano e ne vado fiero. Certa gente andrebbe processata per attentato alla Costituzione e all’Unità Nazionale.
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di Sandro Magister
ROMA, 28 maggio 2008 – Tra breve una delegazione della Santa Sede si recherà in Vietnam in visita ufficiale, per la quindicesima volta dal 1989. La precedente visita si è svolta poco più di un anno fa. A sua volta il primo ministro del Vietnam, Nguyên Tân Dung, è stato in visita in Vaticano il 25 gennaio del 2007, incontrando il papa e i dirigenti della segreteria di stato.
Assieme alla Cina, alla Corea del Nord, al Myanmar, all’Arabia Saudita, il Vietnam è uno dei pochissimi paesi che non intrattiene rapporti diplomatici con la Santa Sede.
Eppure in Vietnam il cattolicesimo è particolarmente fiorente. I cattolici sono circa 6 milioni, il 7 per cento della popolazione, la pratica religiosa è alta, le vocazioni numerose.
Come in tutti i regimi comunisti la libertà religiosa è fortemente compressa, ma da qualche anno si notano avvisaglie di disgelo. Il 18 giugno 2004 il governo ha emesso un’ordinanza sulle credenze e sulle religioni che ruota attorno ai due principi secondo cui i credenti – e quindi anche i cattolici – sono parte integrante della nazione e lo stato si impegna a rispondere alle loro legittime esigenze.
L’applicazione di questi principi è comunque lontana dall’esaudire le aspettative della Chiesa cattolica.
Ad esempio, la Santa Sede non è libera di nominare i nuovi vescovi. L’attuale prassi è che Roma presenta ogni volta tre candidati, tra i quali le autorità vietnamite escludono quelli ad esse sgraditi.
La nomina dei vescovi sarà certamente uno dei punti che la delegazione vaticana vorrà discutere, nella sua prossima visita. Un altro sarà lo stabilimento delle relazioni diplomatiche. Un altro ancora il rispetto delle minoranze etniche, in particolare dei “montagnard”, in buon numero cristiani.
In più, però, sono accaduti in questi ultimi mesi dei fatti nuovi. Per la prima volta in Vietnam, vescovi, preti, suore e fedeli sono scesi in piazza a migliaia, a rivendicare più libertà.
L’hanno fatto in forma pacifica. Pregando, accendendo lumi, piantando croci, portando immagini della Madonna. Sono scesi in piazza nella capitale Hanoi, a Hô Chi Minh Ville, l’ex Saigon, e in altre città. Non una o poche volte, ma per giorni e settimane di fila.
Lo spunto è stato in tutte queste occasioni la richiesta di riavere terreni ed edifici confiscati dal regime alla Chiesa.
Le confische risalgono nel nord del paese agli anni Cinquanta, quando i comunisti presero il potere, e nel sud a dopo il 1975.
La prima e più importante rivendicazione riguarda l’edificio che un tempo ospitava la delegazione pontificia ad Hanoi, adiacente all’arcivescovado e alla cattedrale di San Giuseppe. Edificio requisito nel 1959 e oggi adibito a ristorante.
Lo scorso 15 dicembre l’arcivescovo di Hanoi, Joseph Ngô Quan Kiêt, ha chiesto la restituzione dell’edificio e ha invitato i fedeli a pregare perché sia fatta giustizia.
I fedeli l’hanno preso in parola. Dal 18 dicembre, ogni sera, si sono riuniti davanti alla cancellata dell’ex nunziatura, pregando e portando fiori e candele. La notte di Natale erano 5 mila.
Il 30 dicembre è arrivato tra loro il capo del governo, Nguyên Tân Dung. Fendendo la folla è entrato in arcivescovado, dove ha incontrato per quindici minuti monsignor Ngo Quan Kiet. All’uscita è stato applaudito.
Ma la protesta non si è spenta. Anzi, si è allargata ad altre zone e città.
Il 6 gennaio, festa cristiana dell’Epifania, i fedeli della parrocchia di Thai Ha, ad Hanoi, hanno iniziato a manifestare per chiedere la restituzione di terreni ed edifici confiscati dal regime e ora occupati da varie strutture governative e da una fabbrica. Assieme alla confisca, negli anni Cinquanta, il regime comunista arrestò e face morire in prigione i sacerdoti redentoristi che avevano in cura quella parrocchia.
Il 12 gennaio, a Hô Chi Minh Ville, migliaia di fedeli sono scesi in piazza per una veglia di solidarietà con quelli di Hanoi. Il superiore dei redentoristi, padre Joseph Cao Dinh Tri, in un messaggio, si è appellato alla direttiva 379/TTG che impone alle autorità di restituire ai proprietari i beni ed i terreni confiscati nel tempo, se questi non sono più necessari al governo per scopi prioritari. Ha ricordato inoltre l’ordinanza PL-UBTVQH11 del 2004, che dice: “La proprietà legale dei siti di interesse religioso è protetta dalla legge: ogni violazione è proibita”.
Negli stessi giorni, anche i fedeli della città di Ha Dong, una quarantina di chilometri a sud di Hanoi, hanno iniziato a manifestare pacificamente per la restituzione di un edificio requisito a una parrocchia.
Il 24 gennaio una delegazione del governo è tornata a incontrare l’arcivescovo di Hanoi. Nelle stesse ore, gruppi di fedeli penetravano nel giardino dell’ex nunziatura, piantandovi una croce, prima di essere allontanati dalla polizia.
A capeggiare la delegazione governativa era la vicepresidente del Comitato popolare della capitale, Ngô Thi Thanh Hang. La motivazione ufficiale dell’incontro erano gli auguri per il vicino capodanno lunare, il Tet. Al termine, in un comunicato ufficiale, le autorità hanno riconosciuto “il contributo offerto dall’arcivescovo Joseph Ngô e dalla comunità cattolica per la causa comune di una società di pace, uguaglianza, progresso e sviluppo”. Dieci giorni prima però, la signora Ngô Thi Thanh Hang aveva accusato l’arcivescovo di “usare la libertà di religione per provocare proteste contro il governo” e di “danneggiare i rapporti tra Vietnam e Vaticano”.
A Roma, naturalmente, le autorità vaticane erano al corrente di queste frizioni. E ne erano preoccupate.
Il 30 gennaio il cardinale segretario di Stato, Tarcisio Bertone, ha manifestato così le sue preoccupazioni, in una lettera all’arcivescovo di Hanoi, Joseph Ngô Quan Kiêt:
“Come Ella può immaginare, la segreteria di Stato segue con grande attenzione e sollecitudine gli avvenimenti di questi ultimi giorni ad Hanoi. [...] Sono pieno di ammirazione davanti ai sentimenti di fervente devozione e profondo attaccamento alla Chiesa ed alla Santa Sede mostrati da migliaia di fedeli che, giorno dopo giorno, si riuniscono pacificamente per pregare di fronte a questo edificio [dell'ex nunziatura], divenuto un simbolo, per chiedere ai responsabili civili di farsi carico delle necessità della comunità cattolica. D’altro canto, il fatto che queste manifestazioni continuano non può non suscitare qualche preoccupazione, perché, come spesso accade in simili casi, esiste il concreto pericolo che la situazione sfugga di mano e possa degenerare in dimostrazioni di violenza verbale o anche fisica. Ecco perché, a nome del Santo Padre, che è costantemente informato dell’evoluzione della situazione, le chiedo di intervenire perché siano evitati gesti che potrebbero turbare l’ordine pubblico e si torni alla normalità. Sarà così possibile, in un clima più sereno, riprendere il dialogo con le autorità, per trovare una soluzione appropriata a questo delicato problema. Posso assicurarle che la Santa Sede, da parte sua, come ha sempre fatto, non mancherà di farsi interprete col vostro governo delle legittime aspirazioni dei cattolici vietnamiti”.
Due giorni dopo – e dopo un altro incontro con le autorità – l’arcivescovo di Hanoi ha scritto ai fedeli ringraziando Benedetto XVI e il segretario di Stato. In questi 40 giorni di manifestazioni – si legge nella lettera – “abbiamo vissuto una nuova Pentecoste: siamo stati uniti e devoti alla preghiera, nonostante sfide e difficoltà”.
Ma ora, ha proseguito l’arcivescovo, “le nostre preghiere sono state esaudite. Il ristorante [al posto della ex nunziatura] è stato chiuso, [...] e la grande croce [portata dai fedeli sul luogo della protesta] è stata riportata in processione nella cattedrale di San Giuseppe”.
In effetti, fonti governative avevano annunciato la prossima restituzione all’arcidiocesi di Hanoi della ex nunziatura.
Quasi un mese dopo, il 27 febbraio, in una riunione del Comitato d’unione dei cattolici che fa parte del Fronte patriottico, l’incaricato del Fronte per gli affari religiosi, Trân Dinh Phung, ha ribadito che “il governo non potrà ignorare” la richiesta “legittima” della restituzione della ex nunziatura e ha elogiato il Vaticano per aver posto fine alle manifestazioni “che rischiavano di degenerare”.
Il 15 aprile le autorità hanno annunciato la restituzione anche di un altro terreno espropriato, attorno alla basilica di Le Vang, il principale santuario mariano del Vietnam. L’annuncio è avvenuto dopo un incontro tra il vicepresidente del Comitato del popolo di Quang Tri, Nguyên Duc Chinh, e l’arcivescovo d Huê, Stephen Nguyên Nhu The.
Fino ad oggi, però, a questi annunci non sono seguiti i fatti. Anzi, la Chiesa buddista ufficiale si è fatta avanti a rivendicare essa stessa la proprietà dell’ex nunziatura di Hanoi, sostenendo che lì sorgeva un’antica pagoda, rasa al suolo nel 1883 dai “colonialisti francesi”. In ogni caso il governo mantiene il controllo sui terreni e gli edifici contesi. E i cattolici hanno ricominciato qua e là a manifestare.
Dal 17 marzo, a Hô Chi Minh Ville, centinaia di suore e fedeli si riuniscono ogni giorno in preghiera davanti a un edificio sottratto alle suore dell’ordine della carità “Vinh Son”, in passato trasformato in bordello e ora in procinto di essere demolito per far posto a un albergo.
Il 20 maggio la protesta si è estesa a un’altra città, Vinh Long, nel sud del paese. In un ex orfanotrofio appartenuto alle suore di St Paul de Chartres dovrebbe sorgere un hotel a quattro stelle. L’orfanotrofio fu requisito nel 1977 e ora il vescovo, le suore e i fedeli della città lo reclamano indietro.
“Non possiamo più tacere”, ha detto il vescovo di Vinh Long, Thomas Nguyên Văn Tân. “Il silenzio, in questo momento, significherebbe complicità e accettazione dell’ingiustizia”.
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L’ultima visita in Vietnam di una delegazione ufficiale vaticana, raccontata dal capodelegazione, monsignor Pietro Parolin:
> Pasqua in Vietnam: un resoconto d’eccezione (5.4.2007)
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Due buone fonti d’informazione sulla vita della Chiesa cattolica in Vietnam e nel resto dell’Asia:
> UCA News
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Cari amici del blog,
le prime mosse del Governo in materia economica destano non poche perplessità. L’abolizione dell’Ici, un’imposta di stampo tipicamente federalista dal momento che il gettito incamerato veniva poi interamente riutilizzato nel medesimo Comune, comporta una perdita secca per le casse dei Comuni di 2,2 miliardi di euro che non saranno certo generici richiami a tagli di spesa a compensare; il prolungamento dei mutui immobiliari, con un accordo con l’Abi molto discutibile sia sul piano della forma – se un intero settore come quello bancario stipula un accordo collettivo viene negato automaticamente il principio della concorrenza tra le banche stesse – che su quello della sostanza – le banche non rinunciano a nulla, mentre il risparmio per i cittadini è tutto da dimostrare, anzi, non escludo brutte sorprese – appare una mossa ad effetto sul piano della comunicazione e poco più.
Per quanto ci riguarda il ruolo dell’opposizione è quello di incalzare la maggioranza sui contenuti nell’interesse generale.
A questo proposito gli amici di Officina 2007 hanno lanciato una raccolta di firme per una proposta di legge di iniziativa popolare che ritengo meriti tutto il nostro sostegno, anche per cominciare a dare segnali tangibili della nostra presenza sul territorio. Si tratta di una proposta di legge delega al Governo per il riordino della normativa in materia di imposizione sui redditi delle persone fisiche al fine di attuare concretamente i principi di cui agli articoli 31, 36 e 53 della Costituzione.
Non tener conto infatti, come avviene finora, della situazione familiare di colui che percepisce un reddito, comporta spesso situazioni di iniquità fiscale. Occorre allora introdurre un quoziente familiare minimo di reddito e passare dall’attuale sistema delle deduzioni dal reddito, che garantisce maggiori vantaggi alle famiglie con redditi più alti, ad un sistema di detrazione delle spese realmente sostenute.
Qui potete scaricare la relazione introduttiva alla proposta di legge di iniziativa popolare, il testo del provvedimento e la modulistica per la raccolta delle firme.
Invito tutti coloro che si riconoscono nei valori dell’equità fiscale proclamati dagli articoli della Carta Costituzionale, tutti gli amministratori locali che ci seguono, tutti gli amici e tutti coloro che potrete raggiungere a firmare e a far firmare la proposta, se condivisa. Vi ringrazio per quello che potrete fare.Bruno Tabacci
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Ieri è stato apporvato dal primo Consiglio dei Ministri (operativo) del Governo Berlusconi IV il così detto “Pacchetto Sicurezza”, composto da tre disegni di legge e da un decreto legge. Tralasciando l’articolo salva-Berlusconi (forse poi ne parleremo), concentriamoci sulla vera e propria sicurezza.
Su 18 provvedimenti, 12 riguardano l’immigrazione. Già qui è chiara la visione distorta che si ha dell’argomento: ci vogliono forse far credere che la Sicurezza sia solo un problema di Immigrazione? E che l’Immigrazione sia un semplice fatto di Sicurezza? Qui ci sarebbe molto da dire. Se io fossi stato in quella ricchissima sala adibita a Camera di Consiglio con vista su Piazza del Plebiscito, di certo avrei inserito ben altre priorità dettate da un principio fondamentale: è la povertà a creare insicurezza. Per rendere possibile un’Italia sicura, la prima cosa da combattere è la povertà, non certo l’immigrazione (considerando che rispetto ad altri paesi europei non sappiamo nemmeno cosa sia l’immigrazione: noi serviamo solo da porta d’ingresso).
Non voglio soffermarmi però troppo sul “cosa-avrei-fatto-io”, dato che al bar siamo tutti dei grandi statisti.
Tornando ai 18 provvedimenti, arriviamo al tanto acclamato/odiato “Reato di immigrazione clandestina”.
Di cosa si tratta? C’è chi sta tentando di farlo passare come un semplice provvedimento che pone l’immigrazione clandestina come aggravante nei processi per reati penali. Ma state ben attenti, che così non è, perchè i provvedimenti che parlano di “Reato di immigrazione clandestina” sono ben due:
- Uno pone come aggravante in un processo quella di delinquere in stato di clandestinità (e qui penso avremmo poco da discutere. Anche se…)
- L’altro, invece, considera il semplice ingresso nel territorio nazionale un REATO PUNIBILE PER LEGGE
Prima di andare a vedere in cosa consiste questa pena, soffermiamoci sul significato implicito diq uesto provvedimento.
Lo Stato Italiano, con questo provvedimento, considera penalmente perseguibile ogni essere umano che si trovi in territorio italiano senza permesso. PER UN IMMIGRATO, L’ESISTENZA IN SE’ DIVENTA UN REATO. Come capirete, questo è in netta contrapposizione con l’innegabile libertà dell’uomo di poter fuggire dal luogo di nascita se questo non gli garantisce i Diritti Fondamentali dell’Uomo.
Passiamo alla pena, anche questa completamente folle.
Un clandestino, se “beccato” in stato illegale (cioè semplicemente sul territorio Italiano), verrà NON rimpatriato, ma trattandosi il suo di un reato penale, verrà recluso nei Cpt (Centri di permanenza temporanea) per un massimo di 18 mesi. In pratica, chi gli immigrati non li vuole ha deciso di tenerseli per 18 mesi in più, intasando per altro il sistema giudiziario già al collasso.
Vi propondo uno scenario che potrebbe sembrare surreale, ma che con questi provvedimenti è del tutto prospettabile: le forze dell’ordine, scendendo per le strade di tutte le città italiane, potrebbero andare a bussare porta a porta, controllare i documenti di ogni badante/domestica e portare via chiunque sia irregolare, per poi essere incarcerato per 18 mesi (a nostre spese) nei Cpt per poi essere rimpatriati.
Però il Governo difende i diritti degli immigrati regolari e che lavorano. Devo essere io a ricordare al Cavaliere che l’80% degli immigrati REGOLARI e che LAVORANO apportando benessere all’Italia sono entrati illegalmente? Secondo questo provvedimento, 2′192′000 immigrati LAVORANTI dovrebbero essere stati espulsi.
Pura follìa.
Ancora peggio il discorso dell’aggravante per “Immigrazione clandestina”, che aumenta di 1/3 la pena. Seguite il mio ragionamento: un ladro albanese clandestino viene arrestato, ed invece che essere condannato a 3 anni e poi rimpatriato, noi lo teniamo in carcere a nostre spese per 4 anni e poi lo rimandiamo in patria?
Ditemi voi cosa c’è di logico in questo tanto acclamato Pacchetto sicurezza.
L’Agenzia delle Entrate ha reso noti a fine 2006 i dati sulle dichiarazioni dei redditipresentate da cittadini stranieri. Nel 2004 ammontano a 2.259.000, pari all’81% degli stranieri (superano gli italiani in onestà) regolarmente presenti nello stesso periodo.
[...]In Italia, nel 2004, 1,87miliardi di euro sono stati pagati in tasse dagli stranieri,che nel complesso hanno dichiarato guadagni per 21,3 miliardi di euro. Gli immigrati contribuiscono a far crescere il prodotto interno lordo dell’Italia. Nel 2005 gli stranierihanno dato al Pil un contributo di 86,7 miliardi, cioè il 6,1%del totale. Senza l’apporto del lavoro degli immigrati, il reddito prodotto in Italia sarebbe sceso nel 2002 (-0,1%), nel 2003 (-0,6%), nel 2005(-0,9%).
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[Pubblico la prima parte di questo articolo mentre i telegiornali lanciano l’ennesimo scoop su una presunta organizzazione rom dedita allo sfruttamento dei bambini. Non conosco ancora la vicenda nel merito, ma sappiamo, da altri episodi, qual è la manipolazione sensazionalistica che si cela dietro a operazioni di polizia di questo tipo. Non posso nascondere il fatto che le condizioni in cui molti bambini rom vivono siano obiettivamente negative e disumane. Il problema è che le istituzioni per queste condizioni incolpano i rom e la loro cultura, e non se stesse, che di queste condizioni sono responsabili. Se avremo notizie sugli episodi di cui oggi parlano i telegiornali – e per notizie intendo qualcosa di più del frettoloso rimpasto delle veline della questura – interverremo anche nel merito dell’episodio in questione. Per ora basterà leggere le righe che seguono per vedere come lanci giornalistici simili si sono dimostrati operazioni di criminalizzazione volte ad alimentare lo stereotipo del rom ladro, infingardo, sporco e pericoloso per il benessere dei suoi stessi figli.]A.P.
Lo scopo di questo articolo è quello di rimettere in discussione e confutare alcuni luoghi comuni su rom e sinti. In particolare verranno esaminati alcuni asserti che il senso comune dà per assodati e che i media contribuiscono a radicare. Si vedrà che molti di questi giudizi nascono dalla necessità di creare un allarme sociale e da un diffuso pregiudizio e non sono confermati da dati concreti. Più avanti vedremo anche che una serie di paletti giuridici permettono di sovrarappresentare statisticamente i medesimi luoghi comuni. Ho diviso questo articolo in tre parti. Nella prima parte analizzerò il luogo comune secondo cui i rom rubano i bambini. Vedremo che questa asserzione è decisamente confutabile nella prima parte del mio intervento e si vedrà nella seconda parte che la verità è — purtroppo e molto spesso — il contrario di questa menzogna: andando per generalizzazioni, sarebbe più realistico dire che gli italiani “rubano” i bambini dei rom. Infine, nella terza parte prenderemo in discussione altri luoghi comuni: il fatto che i rom delinquono più degli italiani, che non mandano i bambini a scuola, che vogliono vivere come nomadi nei campi.
Prima di tutto voglio spiegare quale coincidenza mi ha spinto a scrivere queste righe. Mi ritrovo una sera in una cena a casa di un amico, ci sono altri conoscenti e alcune persone mai viste. Arriva Teresa, una ragazza piccola e scura, dall’aria fricchettona, con capelli ricci e abiti molto colorati. Con lei c’è anche una bambina: biondissima e cogli occhi azzurri, sembra nordeuropea. So che la ragazza fa l’educatrice e penso che la bambina sia la figlia di qualche amica o una delle bambine con cui lavora. Invece rimango sorpreso quando la bambina la chiama mamma. Ovviamente la genetica gioca a dadi, ma i carabinieri scherzano di meno. Teresa intuisce le ragioni del mio stupore e mi racconta di aver passato un brutto quarto d’ora con le forze dell’ordine: l’hanno fermata in auto per un normale controllo. Ovviamente non aveva i documenti della bambina: prima di quindici anni non si fanno di solito i documenti, se non si viaggia all’estero. I carabinieri hanno incalzato la ragazza, accusandola di essere una “zingara” e di aver rubato la bambina. L’equivoco alla fine è stato risolto, ma rimane un dubbio inquietante: cosa sarebbe successo se la mamma scura, ricciola e fricchettona, fosse stata veramente una rom? In assenza di un certificato di nascita della piccola (elemento comune a tanti genitori rom), la bambina sarebbe stata probabilmente portata via dalla propria mamma e Teresa sarebbe stata sbattuta sulle prime pagine dei giornali come ladra di bambini. Certo, il fatto sarebbe forse stato spiegato dopo qualche giorno, e allora avrebbe goduto del risalto che può dare un trafiletto in una cronaca locale. Nelle convinzioni delle persone, rimarrebbe confermato lo stereotipo: i rom rubano i bambini.Cominciamo a ragionare su questa asserzione, a partire dai dati ufficiali: non esiste alcun riscontro, nei dati diffusi dalla polizia di stato, di casi di minori italiani rapiti da rom. È una bufala, una leggenda metropolitana, come quelle diffuse durante il ventennio sugli ebrei e serve solo per alimentare l’odio nei confronti di questa minoranza. Da fonti Reuter, e sulla base dei dati forniti dalla polizia di stato, i minori scomparsi in Italia nel periodo 1999-2004 (nella fascia dei minori di 10 anni) sono stati “portati via” da uno dei genitori per dissidi coniugali o, soprattutto nel caso di bambini stranieri, sono casi di bambini affidati dal Tribunale dei Minori a istituti, bambini che vengono “prelevati” da un genitore che si rende poi irreperibile assieme al figlio. (vedi qui)
Per quanto riguarda i minori di età tra i 10 e i 14 anni e tra i 15 e i 17 anni, prevalgono tra gli italiani i casi di ragazzi allontanatisi volontariamente da casa per dissidi familiari, mentre rimangono presenti tra gli stranieri le fughe, assieme a un genitore, dalle strutture in cui i minori sono affidati, in maniera coatta, dai Tribunali dei minori (in questi ultimi casi qualche romantico parlerebbe non di rapimento, ma di evasione, per intenderci).A questo punto l’obiezione classica è questa: “”ma io mi ricordo di almeno un caso visto al telegiornale di una rom che si è portata via un bambino sotto la gonna”… del resto, si sa, ce l’hanno insegnato a scuola le maestre: “Bambini, state attenti, ci sono gli zingari…. portano via i bambini”. Beh, prendiamo in esame alcuni casi recenti, che hanno un valore esemplare.
_Lecco, 14 febbraio 2005. Tre donne rom rumene sono accusate di aver tentato di rapire un bambino. Una donna le ha denunciate: secondo le sue dichiarazioni due rom si sono avvicinate mentre lei camminava per strada spingendo il passeggino. La donna dice di aver sentito dire a una “prendi bimbo, prendi bimbo”. A quel punto la madre italiana si è messa a gridare, ha preso il bambino in braccio e ha dato un calcio a una rom per allontanarla. Le tre rom sono state arrestate poco dopo, mentre passeggiavano tranquillamente vicino alla Caritas. Due erano maggiorenni e sono state immediatamente portate davanti a un giudice, l’altra, minorenne, non può secondo l’ordinamento italiano essere giudicata per direttissima. Le due donne avevano due opzioni, secondo l’avvocato d’ufficio: dichiararsi innocenti, rimanere in carcere e aspettare a lungo un processo, per poi provare a chiarire le circostanze, col rischio di ricevere comunque una pesante condanna; in alternativa, dichiararsi colpevoli, chiedere il patteggiamento della pena (una pratica tipica di molti immigrati che non possono ottenere avvocati a pagamento o aspettare i processi fuori dal carcere) e sperare in una condanna leggera, ammortizzata dalla condizionale. Le due rom hanno patteggiato, sono state condannate a otto mesi: pena sospesa con la condizionale in assenza di precedenti.
Questa condanna ha scatenato un’eco di sdegno patrio: giornali e telegiornali hanno riportato le dichiarazioni di politici, di Presidenti di istituzioni, di rappresentanti di Osservatori per i minori. Tutti inferociti per il lassismo della giustizia italiana, invocavano a pieni polmoni la famosa Tolleranza zero, mentre la Lega Nord ricopriva di volantini la Lombardia, sotto la consegna “giù le mani dai nostri bambini”.Peccato che le donne erano innocenti, e la loro innocenza è stata dimostrata nel momento in cui la terza rom, quella minorenne, ha subito un processo senza dichiararsi colpevole davanti al Tribunale dei minori. Secondo quanto dichiarato dal PM, “…il contesto in cui si è svolto, […], il fatto che la piccola nomade che ha allungato le mani verso il passeggino tenesse in una un bicchiere per le elemosine, che le zingare non siano scappate…[…] ci fa ipotizzare ad (sic) una forma di minacce e nulla più”. Nessuno si è scusato per quello che le donne rom hanno passato, o per il fatto che le due che hanno patteggiato non hanno ricevuto una difesa legale decente.
_Mazara del Vallo, settembre 2004. Denise Pipitone, tre anni, scompare misteriosamente. Il fatto ha una enorme eco mediatica e si fanno ipotesi diverse. Un mese dopo a Milano una guardia giurata vede al mercato una bambina che gli ricorda Denise (vista in foto sui giornali), assieme ad alcune “nomadi”. L’uomo scatta alcune foto col suo cellulare e sporge denuncia. Dopo qualche tempo la polizia identifica la bambina della foto con l’aiuto di alcuni rom rumeni. Si tratta neanche di una bambina, ma di un bambino rom, figlio di una coppia che vive in un campo milanese. La notizia (anzi: la smentita) non viene passata ai giornali, perché riservata a fini investigativi. Nonostante questo nel marzo 2005 i giornali scrivono ancora che la madre di Denise è sicura del fatto che la bambina fotografata dalla guardia giurata sia Denise. Sulla base di una notizia che la polizia conosce come falsa, i campi nomadi italiani sono di nuovo perquisiti (Cfr. L’Arena, 24 marzo 2005).
_Milano, 21 aprile 2005. Giornali e televisioni lanciano la notizia del rapimento di un bambino rom rumeno, prelevato da alcuni rom dall’interno del Centro per i Bambini Maltratti (CBM) di via Spadini. Stefan, questo il nome del bambino, era stato preso sei mesi prima dai carabinieri, che lo avevano trovato mentre dormiva sotto un albero. I genitori non avevano potuto vederlo e secondo i giornali il bambino era oggetto “di violenze subite in famiglia” (Repubblica, 23 aprile 2005). Il 28 aprile Stefan viene individuato dalla squadra mobile in casa di una persona che si è offerta come mediatore. Il ragazzo è tranquillo e vicino ai familiari, ma i giornali titolano: “Fine dell’incubo” (Il Corriere della sera, 29 aprile 2005). Il Tribunale dei Minori stabilisce il 5 maggio che il bambino dovrà tornare al CBM, ma che può vedere con regolarità i genitori, secondo i suoi desideri. Infatti Stefan, – ci ricorda il legale della famiglia, Stefano Cozzetto — “non ha mosso alcun addebito ai genitori, né di natura sessuale né di altro genere”.
_Palermo, luglio 2007 La notizia dell’arresto di M. F., una “nomade” di 45 anni, compare su tutti i telegiornali italiani come lancio d’apertura. La donna è accusata del tentato rapimento di un bambino di tre anni su una spiaggia siciliana. Interrogata, in un primo momento si rifiuta di rispondere alle domande (forse mal consigliata dagli avvocati), e questo fatto alimenta i sospetti su di lei. In pochi giorni la situazione viene chiarita. La principale testimone a suo carico è una donna che stava in spiaggia e che ammette candidamente agli inquirenti “di essere terrorizzata dagli zingari”. La donna italiana ha visto la rom, ha avuto paura e si è messa a strillare. In seguito ha ammesso di aver avuto solo “la sensazione” che M.F. volesse portar via il bambino. In realtà il bambino stava correndo, M.F. si è piegata verso di lui e la sua gonna si è un po’ aperta. Interrogata dagli inquirenti, la testimone (e unica accusatrice), ha ritratto l’accusa. La stessa azione, compiuta da una bagnante italiana, sarebbe stata considerata come un atto di premura e gentilezza: compiuta da una rom, è diventata un tentativo di rapimento che è finito sulle prime pagine dei giornali. Ancora oggi, a distanza di qualche mese, ho provato a citare vagamente l’episodio parlando con alcuni conoscenti: tutti si ricordano il “tentato rapimento”, ma la notizia della scarcerazione di M.F. e la sua innocenza è stata trasmessa con minore enfasi e quasi nessuno ha saputo raccontarmi l’episodio in tutta la sua integrità. Nell’immaginario collettivo, un altro bambino è stato rapito dagli zingari. Eppure non è vero.
Episodi come questi sembrano utilizzati ad arte per rinsaldare stereotipi negativi e per creare campagne d’allarme che radicalizzano l’odio contro i rom e preparano degli scenari dal punto di vista giudiziario e repressivo sempre più pesanti: per gli immigrati come per i cittadini italiani.
In questa prima parte abbiamo riportato alcuni casi importanti e noti, oggetto di campagne mediatiche allarmistiche e approssimative. In questi casi si è data enorme evidenza all’ipotesi del rapimento da parte dei rom – spacciato come una verità incontrovertibile – e si è dedicato solo uno spazio minore (privo di valore euforizzante: nei trafiletti della cronaca locale, ad esempio) alle smentite. In questo modo l’opinione comune, invece di destrutturare il pregiudizio sui rom ladri di bambini, ha visto rinsaldata quest’immagine anche in presenza di evidenze contrarie.
Nella seconda parte dell’articolo, che sarà on line tra alcuni giorni, prenderemo in considerazione l’altra metà del problema, quella che forse è la verità celata dai media. Il fatto che molti bambini rom sono “portati via” dagli italiani.
Prima vorrei tornare a parlare della bambina bionda e della mamma scura, incontrate per caso in una cena. Mentre tutti sono rimasti scandalizzati per la mancanza di sensibilità dei carabinieri, a me è venuto da dire che questo era un esempio di una tremenda prassi di criminalizzazione dei rom. Non l’avessi mai fatto: un tipo che non conoscevo ha iniziato a dire che i rom sono gente che non hanno né patria né bandiera e che – pertanto? – rubano i bambini. Ora: al di là del fatto che almeno una bandiera ce l’hanno, e al di là del fatto che di solito è proprio chi ha una patria e una bandiera che poi commette i peggiori crimini contro l’umanità, aldilà di tutto questo a me sembrava evidente che l’episodio appena raccontato a tavola fosse un esempio di una costruzione immaginaria di un crimine. Una montatura insomma mal riuscita, perché l’indiziata aveva un alibi che reggeva: era italiana. Eppure, proprio di fronte a un’evidenza contraria, quell’episodio ha infiammato gli astanti e non è mancato chi si lamentava della cattiveria “degli zingari”. Neanche l’evidenza, o il disvelamento della menzogna, riesce a dissipare le nebbie del pregiudizio razziale e i luoghi comuni consolidati. Vediamo se la realtà ci fornisce qualche elemento per raccontare una storia interessante: gli italiani “rubano” i bambini dei rom. È un paradosso, perlomeno rispetto al luogo comune che inverte i poli del crimine, sicuramente una generalizzazione. Eppure, secondo alcune stime, ci sono stati almeno 500 casi di bambini rom “portati via” negli ultimi venti anni, in Italia. Ne parleremo tra qualche giorno, su Carmilla, nel seguito di questo articolo.
Fonti: OsservAzione (centro di ricerca azione conto la discriminazione di rom e sinti); ERRC(European Roma Rights Center); ERRC, Il paese dei campi, Roma, Carta, 2000; Sigona N., Monista L. (a cura di), Cittadinanze imperfette, Santa Maria Capua Vetere, Edizioni Spartaco, 2006.[Ringrazio gli attivisti rom e gagé che mi hanno fornito materiali, documentazione, osservazioni e suggerimenti. Ringrazio il fotografo Stefano Pacini per l’uso della sua foto a corredo dell’articolo.]A.P.
[Da Carmilla]
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Qui di seguito inserisco il video della famosissima canzone “Menomale che Silvio c’è”.
Ma attenti, non lo inserisco per fare pubblicità al nostro caro Cavaliere: diamo il via alla campagna “Di chi è colpa che Silvio c’è?”!
Dobbiamo rintracciare uno per uno tutti quelli che si sono prestati per girare questo video e denunciarli per attentato alla democrazia, anche se probabilmente non verranno condannati grazie all’attenuante dell’infermità mentale.
Siete con me???
Ecco la reazione che ha una persona normale al solo sentire questo “inno”:
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A poche ore dalla conferma del deludente risultato ottenuto dal Partito Democratico, Walter Veltroni tenta di risalire la china annunciando l’imminente nascita di un “governo ombra”, che sarà speculare all’esecutivo che Silvio Berlusconi formerà nei prossimi giorni. Prima di addentrarci nei dettagli e in una prima valutazione della proposta del leader democratico, è essenziale considerare alcuni elementi che servono a capire di cosa stiamo parlando…
Come spiega efficacemente Wikipedia, il governo ombra è una istituzione dei paesi che adottano il cosiddetto sistema Westminster. Il caso più noto è quello inglese, in cui il leader dell’opposizione (un tory o un laburista, a seconda del colore del governo in carica) è il “Primo Ministro ombra”, e fa parte di un “governo ombra” formato da uomini del proprio partito. In sostanza, una copia del governo in carica, ma di colore politico diverso. Il ruolo di questo “governo dell’opposizione” è importantissimo: criticando e sottoponendo a stringenti analisi le decisioni dell’esecutivo in carica, il governo ombra cerca di mettere in luce le contraddizioni e le scelte errate del Primo Ministro e del governo.
Per funzionare al meglio, il governo ombra necessita di una opposizione compatta sia dal punto di vista del numero dei partiti che dal punto di vista interno (se il principale partito di opposizione è spaccato al suo interno, il governo ombra rischia di perdere in credibilità ed efficacia). In più, il governo ombra ha un forte ruolo propositivo: tra i suoi compiti c’è quello di suggerire alternative efficaci ed efficienti alle politiche messe in campo dal governo in carica. E’ possibile trasferire tutto quello che abbiamo detto nel caso italiano? Sembrerebbe di sì: il Partito Democratico è di gran lunga il più forte partito di opposizione, potrebbe avere un deciso ruolo propositivo, soprattutto in alcuni campi di intervento come la lotta alla mafia (magari eliminando dal partito figuri come Crisafulli, la cui avventura politica è efficacemente descritta da Gianni Barbacetto in un articolo di Diario), la politica internazionale, l’integrazione europea, l’immigrazione, la politica economica.
C’è un però. Pare che all’interno del Partito Democratico si stiano già affilando i coltelli in vista di una futura “verifica” (qui un articolo sulle prime manovre dei dalemiani e di Marini). Tuttavia, la leadership di Veltroni è ancora molto stabile, probabilmente anche i più acerrimi nemici del leader PD sanno che attualmente è lui l’ultima speranza del centrosinistra italiano. Al di là di Veltroni non sembrano esserci altri uomini politici capaci di raccogliere con efficacia la sua eredità e di trasformare il Partito Democratico in una forza numericamente e politicamente capace di governare l’Italia. Dietro Walter il nulla, insomma.
In sintesi, la proposta veltroniana sembra un tentativo generoso di modificare una parte del sistema politico italiano (vale a dire il ruolo dell’opposizione e il rapporto opposizione/governo), ma è un tentativo che rischia di fallire. Prendere un pezzo del sistema politico di un altro paese e importarlo tale e quale in Italia non garantisce che nel nostro paese avvengano le stesse cose che si verificano in quel determinato paese.
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Pubblicato in Elezioni 2008, Partito Democratico, Veltroni | Contrassegnato da tag 2008, elezioni, governo, ombra, opposizione, partito, Partito Democratico, pd, Veltroni | 1 Commento »
Avrei voluto rimandare a domani il primo intervento post-elezioni, ma non ho resistito.
Come saprete tutti, ci sono stati colpi di scena e risultati inaspettati.
Innanzitutto: Berlusconi ha vinto, con un margine sufficentemente ampio da garantirgli la vittoria.
Ma non è questo che mi interessa.
Nonostante tutti i partiti minori abbiano subito un fortissimo schiacciamento, a favore dei due grandi schieramenti, l’Unione di Centro è stata l’unica forza a resistere alla tendenza di accentramento dei voti.
La formazione di centro rappresenterà la terza forza del paese, unica a superare alla grande lo sbarramento della Camera dei Deputati e ad ottenere 2 seggi al Senato della Repubblica.
Per ora ci possiamo accontentare!
A domani per i dati precisi, per commenti più approfonditi e per una previsione sul futuro.
Pubblicato in Elezioni 2008, Italia, Partito Democratico, Popolo della Libertà, Unione di Centro | Contrassegnato da tag 2008, centro, elezioni, unione | Lascia un commento »
Oggi e domani, come sapete, si vota per rinnovare il Parlamento. Per sostenere la necessità di andare a votare, si potrebbe sicuramente fare un discorso lirico e retorico sulla bellezza della democrazia in azione, sulla morte di persone per portarci alla libertà di voto, sulla necessità di prendere in mano il destino del proprio paese nell’unico momento in cui ci è consentito.
Non faremo nulla di tutto questo. Da un lato perché il populismo e la demagogia recente che invita a non votare non va combattuta con altre argomentazioni da bar; dall’altro perché se si arriva ad esprimere il proprio voto, probabilmente si è quantomeno frequentata la scuola dell’obbligo e i corsi basilari di storia italiana ed educazione civica.
Ovviamente, ci sono persone che arrivano all’astensione, all’annullamento o alla scheda bianca dopo un lungo percorso. In quel caso, la scelta è un segnale di neutralità, valido come un voto. Le obiezioni che vi propongo sono invece ad alcune delle più diffuse e recenti posizioni pro-astensione, figlie di un populismo d’accatto che ha trovato in alcune figure messianiche facili profeti (dai conti bancari ad n zeri). In particolare, ci sono cinque obiezioni ad altrettanti slogan pro-astensione che vorrei considerare.
- Tanto il mio voto non conta nulla. L’errore qui è sostanzialmente logico. Lo spiega bene Marco Travaglio: se votassero tre persone, deciderebbero per 60 milioni di italiani quelle tre persone. L’errore è considerare il gioco democratico come “altro da sé”, come se nelle urne le schede altrui contassero più della nostra. Quella da molti sfruttata come “anti-politica” è in realtà un bisogno di partecipazione politica. Le elezioni sono il primo modo di incarnare questa partecipazione (lo diceva il buon Gaber). Può sembrare vuota retorica, non lo è. Chiedetelo a chi è andato a votare in Sudafrica nel 1994, o in Italia al referendum del 1946.
- Tanto sono tutti uguali. Sicuro di esserti informato abbastanza? Nessuna differenza sulla legalità, sul precariato, sulle politiche sociali? Nessuna differenza tra i candidati premier a livello personale? Leggiti le liste dei candidati, leggi i programmi, cerca le biografie dei candidati, informati da fonti di destra e di sinistra. Fatti il tuo giudizio. Se per decine di milioni di persone la differenza tra gli uni e gli altri c’è, ed è anche parecchia, non sono loro a non capire. Forse sei tu a non sapere, o a fidarti troppo di chi ti dice che, tanto, sono tutti uguali.
- Ma io sono disilluso dalla mia parte politica. Ci sta, la politica – tanto da un lato quanto dall’altro – non ha dato una buona prova di sé. Però questa volta sia il PD che il PDL rappresentano alternative più forti (per quanto ancora in formazione) che in precedenza, perché vanno da soli o in coalizioni più limitate. Al di fuori ci sono invece forze che hanno riguadagnato la loro identità, non dovendola diluire in misture improbabili. Sinistra radicale, centrosinistra, centro, destra, destra radicale. Senza contare un totale di quindici candidati premier, spesso rappresentanti delle più pittoresche istanze. Le alternative non mancano.
- Ma nessuno mi rispecchia al 100%. Cercare il partito adatto è come cercare la donna/l’uomo ideale: se si guardano le cose che dividono e non quelle che accomunano, si finisce per rimanere soli. A volte è normale votare “contro” un progetto, può capitare di dover turarsi (alla Montanelli) il naso e scegliere il male minore. I casi in cui per qualcuno Veltroni e Berlusconi “pari sono” sono davvero pochissimi. E ritorniamo al punto 2: informati, e vedrai che non sei veramente equidistante. Se poi si vuole che un partito o una parte politica ci rispecchi di più, l’unica cosa possibile è impegnarsi direttamente, magari fin dal livello locale. Chiaro: se noi non facciamo niente, non si può dire che nessuno fa niente per noi. Che è poi come dire, seguendo Barack Obama, che “noi siamo quelli che stavamo aspettando”.
- Ma se io mi astengo, lancio un messaggio. Teoricamente forse sì, a te stesso. Ma non si vede perché mentre l’esprimere un diritto non dovrebbe contare nulla (vedi punto 1), non esprimerlo dovrebbe avere insito un qualche messaggio. Alla fine sarai un numero nella riga più in basso. Con l’aggravante che è la riga che non esprime nulla, perché quelli sopra avranno deciso per te.
Insomma non votare, o annullare la scheda, sono scelte legittime e rispettabili. Dovrebbero però essere figlie di un processo lungo di riflessione e confronto, e non di qualche “vaffa” del momento. Pensateci. E buon voto, per chiunque lo esprimiate.
[Polisblog]
Pubblicato in Elezioni 2008 | Contrassegnato da tag 2008, astensionismo, elezioni, motivi, perchè, votare | 4 Commenti »
Riporto qui sotto un articolo, scritto oggi da don Paolo Padrini, che trova il mio più assoluto appoggio. Ditemi voi cosa ne pensate.
Ieri e più generalmente in questi ultimi giorni si è sentito davvero di tutto.
La televisione generalista, un po’ anche quella satellitare, ed anche internet ci hanno offerto (o propinato) davvero di tutto.
Ieri mi sono addirittura imbattuto in sondaggi elettorali mascherati da pronostici di corse di cavalli, dei quali non riporto (in quanto rischierei di violare la legge) il link preciso. Anche perchè sono sicuro che voi saprete trovarlo…
Ma l’apoteosi si è raggiunta proprio ieri, durante il “falso” confronto televisivo tra i “maggiori esponenti” degli schieramenti elettorali contrapposti.
Tra botti da fuochi d’artificio, sparate su improbabili ed immediate diminuzioni di tasse sembrava un po’ di essere su un tavolo da biliardo.
Non voglio dire, demagogicamente e ideologicamente, che tutto quello che si è sentito ieri sia una enorme e totale balla, ma come non avere questa impressione, di fronte a tanti numeri, dati, sogni e speranze sparate “ad arte” forse per il desiderio (o la necessità) di impressionare l’ascoltatore?
Ci sono state però alcune cose che ho notato, durante questo incontro televisivo e, generalmente, durante questa campagna elettorale abbastanza – diciamolo – strana.
Non so se avete visto. Mentre parlava Veltroni, ogni tanto inquadravano alcune giovani ragazze evidentemente non in sintonia con il pensiero del momentaneo contendente. Non si poteva non notare un certo sguardo di sofferenza, di fastidio e (mi spiace davvero dirlo) quasi di astio, presente negli occhi di alcuni di loro.
Come non si poteva notare, durante l’intervento di Berlusconi, qualche persona (collocata – e non solo fisicamente – nella parte sinistra dello studio televisivo) che applaudendo “per sbaglio” veniva quasi redarguita dal vicino di banco, quasi a volergli dire: “guarda che sta parlando Berlusconi…perchè lo applaudi…noi non possiamo”.
Bhè, lasciatemi dire, ma l’Italia nella quale mi piacerebbe vivere non è questa.
Perchè bisogna sempre volersi male, e confrontarsi tra avversari quasi che si fosse necessariamente nemici? Perchè occorre combattere e non sarebbe abbastanza confrontarsi, specialmente quando abbiamo a che fare con il destino di TUTTI gli elettori, anzi, di tutti gli Italiani? Questo davvero non lo capisco.
Ma veniamo ad un tema che ieri è stato “velatamente” affrontato. Ovvero quello dell’ecologia e dello sviluppo urbano sostenibile.
Entrambi i contendenti elettorali hanno sparato proposte da capogiro, in merito allo sviluppo urbano ed alla ncessità di dare “più case a tutti”.
Addirittura è stata fatta una proposta avveniristica consistente nel voler costruire dei nuovi agglomerati ed insediamenti extraurbani con “case razionali, funzionali, moderne”.
Ma come si fa, conoscendo la nostra Italia ed essendo consapevoli della sua vocazione turistica e naturalistica, a pensare di costruire case ex novo, non immaginando neppure “per sbaglio” di spingere affinchè i centri rurali dei quali sono costellate tante nostre regioni, possano essere dotati di infrastrutture di comunicazione (WImax, WiFi) in modo da permettere insediamenti di giovani famiglie e studenti che saprebbero restituire ad essi vita d attrattiva?
Come si fa a pensare o a volere una Italia così?
Ma ciò che mi ha disturbato maggiormente, in questa campagna elettorale, è l’assoluta ed irrealistica mancanza programmatica dei temi con i quali dovremo confrontarci nei prossimi anni: i temi valoriali, della vita e della morte.
Come si può, se non colpevolmente, lasciare fuori questi temi dalla vita politica del nostro paese, quando in Europa stanno di fatto emergendo in tutta la loro chiarezza e problematicità?
E come si fa a non avere il coraggio, come cattolici e credenti, di chiedere che questi temi vengano inseriti nell’agenda politica in fase di discussione elettorale, sapendo poi benissimo che con essi dovremo per forza confrontarci nei prossimi anni?
E non mi riferisco solo direttamente a questi temi, ma anche indirettamente. Mi spiego. Quando si parla di lavoro, di anziani, di commercio, di sviluppo, di ecologia, ecc. non lo si può sperare di fare solo in termini tecnici; ogni posizione tecnica presuppone un approccio filosofico e valoriale ben definito, ed – in ultima analisi – molto diverso da una sensibilità politica all’altra. Altro che programmi identici….qui ci sarebbe stato soprattutto da dibattere e da discutere.
Alla fine di questo mio sfogo preelettorale non mi rimane che sperare: sperare affinchè l’Italia possa davvero cambiare, che dopo queste elezioni, comunque vadano, ci sia almeno una possibilità che le cose possano andare diversamente.
C’è forse – e lo dico davvero sconsolato – solo da aspettare che queste elezioni passino ed aspettare le prossime, affinchè qualcosa davvero cambi?
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Mi stà sorgendo il dubbio che Berlusconi sia veramente, come continua ad affermare, in odore di santità.
Non so se ci avete fatto caso, ma il Cavaliere ha sfoderato la sua arma: l’ubiquità.
E’ su Matrix (Canale 5), e Tribuna Elettorale (Rai 2) contemporaneamente!
Miracolo!
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Qui un video di mooolti anni fa. E’ strabiliante notare come siamo sempre fermi lì…
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